Insegnare italiano in una classe multiculturale

Children holding hands by Carlene - Children holding hands

Quest’anno insegno italiano in una classe prima della scuola primaria. Ho bambini di età compresa tra i cinque anni e mezzo e i sette anni e mezzo, provenienti da vari Paesi del mondo. Su 18 bambini, almeno 11 manifestano BES – Bisogni Educativi Speciali, legati soprattutto a svantaggi socio-culturali e linguistici, in quanto apprendono la lingua italiana come L2 – Seconda lingua. 

Il livello di partenza è molto eterogeneo e, quindi, anche la somministrazione di prove d’ingresso specifiche di italiano per stranieri è stata molto complessa. La maggior parte dei bambini non manifesta difficoltà nell’ascolto e nella comprensione della nostra lingua ma presenta evidenti difficoltà nell’espressione linguistica; ciò li porta ad allontanarsi e a non interagire con i propri pari italiani, cercando di parlare esclusivamente tra di loro nella propria lingua, anche in classe durante le ore di lezione.

Due bambini, in particolare, presentano le difficoltà maggiori: il primo è arrivato in Italia da meno di un mese e parla esclusivamente la propria lingua in famiglia; il secondo, invece,  è in Italia da circa un anno e ha sviluppato una sorta di “lingua personale mista” tra la propria lingua madre e l’italiano, rendendo davvero difficile la comprensione all’interlocutore, nonostante gli evidenti sforzi che manifesta per comunicare. La richiesta di mediatori culturali, necessari in casi del genere, purtroppo è stata negata per mancanza fondi.

Alle difficoltà di espressione si aggiungono, poi, le problematiche “classiche” di una prima primaria, in cui bisogna avvicinare i bambini alla letto-scrittura.

Come fare ad insegnare una seconda lingua ad un bambino che si ritrova in un paese straniero, senza la possibilità di ricorrere alla corrispondenza tra parole e suoni (al classico vocabolario per intenderci)? Che tipi di attività proporre per coinvolgere l’intera classe e rispondere alle esigenze di tutti, anche delle eccellenze che, giustamente, devono avere gli stimoli adeguati per la propria crescita e per il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento prefissati? Come fare quando si è da soli in classe, senza il supporto di altri insegnanti in compresenza in classi numerose?

Queste sono le domande che mi pongo da diverse settimane e che, sono sicura, si pongono continuamente tantissimi insegnanti in Italia e, perché no, anche all’estero in situazioni inverse.

L’unica risposta che ho trovato è stata: il gioco, o meglio il gioco linguistico per potenziare il lessico di base. Un bimbo di 6 anni conosce circa 1500 parole della propria lingua ed è in grado di articolarle in costrutti semplici, in linea di massima grammaticalmente corretti. Il bimbo straniero ha bisogno di acquisire gli elementi base per l’interazione, ossia le parole, ma non basta etichettare le cose, cioè imparare i nomi degli oggetti comuni, per comunicare è necessario conoscere soprattutto le azioni, i verbi che, già da soli, costituiscono la frase minima.
Facciamo un esempio di gioco linguistico/didattico: in queste prime settimane, nelle ultime ore che sono le più pesanti per i bambini (ma anche per gli insegnanti che arrivano a fine giornata distrutti da tante ore di lezione), propongo ai bimbi un gioco linguistico per il potenziamento del lessico di base, basato sull’interazione tra comunicazione verbale e non verbale.

Ecco come si svolge. Prima fase: chiamo a me i due bimbi che non comprendono l’italiano, in modo da poter lavorare con loro più da vicino e capire se effettivamente stanno comprendendo le attività proposte e intervenire se necessario, mentre gli altri restano al loro posto “a giocare“. Il gioco consiste in questo: i bimbi devono mimare delle semplici azioni date dall’insegnante con frasi minime, ossia con verbi e/o con pochi nomi. Per esempio: mangiare, dormire, alzarsi in piedi, sedersi, parlare, prendere la penna, prendere il quaderno, colorare, cancellare, incollare, davanti, dietro, in alto, in basso, giù, su ecc.

Queste parole, però, rimarrebbero vuote e prive di significato per un bambino che non comprende l’italiano. Di qui la necessità del supporto per immagini: i bambini che non comprendono l’italiano guardano le immagini che descrivono le azioni su appositi materiali che indico durante il comando (volendo le immagini si possono anche proiettare su una LIM se disponibile); gli altri stranieri, intanto, potenziano le loro capacità di comprensione della lingua, mentre i bimbi italiani prendono il tutto come un gioco e un divertimento.

Seconda fase: potenziamento dell’uso della lingua. A questo punto chiamo a me, a turno, i bimbi italiani e gli altri stranieri con livello intermedio di italiano L2.  Devono essere loro a proporre ai compagni azioni da mimare, così che si passi dalla semplice esecuzione alla produzione.

Questa è una prima attività ludica testata e funzionante. In meno di due settimane i due bimbi citati hanno imparato le attività di base, mentre gli altri stanno cercando di superare le loro paure di interazione.

Da una lettera firmata arrivata in redazione. Per la privacy e la protezione dei minori si omettono la firma e i dati relativi alla provenienza geografica. 

E tu cosa proponi a livello operativo? Che tipo di attività proponi nella tua classe multiculturale? Descrivici la tua esperienza nei commenti e saremo ben lieti di raccontarla e pubblicarla.

 

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